Conviviale – Relazione di V. Di Donato sul tema: “Shoah e Foibe, come i totalitarismi hanno precipitato l’Europa sull’orlo dell’abisso civile e morale”

Nella consueta sede del Club a Palazzo Averoldi, si è tenuta la prima conviviale del mese di febbraio, alla quale ha partecipato il giornalista Valerio Di Donato che ha sviluppato un’interessante relazione sulla giornata del ricordo spesso contrapposta politicamente alla giornata della memoria.

Con l’espressione massacri delle foibe, o spesso solo foibe, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Il nome deriva dalle grandi caverne carsiche dove furono gettati i corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamate, appunto, “foibe”.

È opportuno fare un breve excursus che ci possa aiutare ad inquadrare meglio un contesto storico di fatto poco conosciuto.

Nel 1915 l’Italia entrò nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa, in base ai termini del Patto di Londra, che le assicuravano il possesso dell’intera Venezia Giulia e della Dalmazia settentrionale (incluse molte isole). Al termine della guerra, il regio esercito occupò i territori previsti dal trattato, provocando le reazioni opposte delle diverse etnie, con gli italiani che acclamarono alla “redenzione” delle loro terre, e gli slavi che guardavano con ostilità e preoccupazione i nuovi arrivati. La contrapposizione nazionale subì un nuovo e forte inasprimento.

La questione dei confini fu infine risolta coi trattati di Saint Germain e di Rapallo, con i quali 356.000 sudditi dell’Impero austro-ungarico di lingua italiana ottennero finalmente la cittadinanza italiana, mentre circa 15.000 di essi divennero sudditi del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Contemporaneamente però si ritrovarono entro i confini del Regno d’Italia anche 490.000 Croati e Sloveni. La situazione degli slavi si deteriorò con l’avvento al potere del fascismo, nel 1922. Fu gradualmente introdotta in tutta Italia una politica di assimilazione delle minoranze etniche e nazionali.

È opportuno ricordare che simili politiche di assimilazione forzata erano all’epoca assai comuni in Europa, venendo applicate, fra gli altri, anche da paesi come la Francia, o il Regno Unito, oltre che dalla stessa Jugoslavia nei confronti soprattutto delle proprie minoranze italiane, tedesche, ungheresi e albanesi. Nell’aprile del 1941 l’Italia partecipò all’attacco dell’Asse contro la Jugoslavia, la quale fu smembrata e parte dei suoi territori furono annessi agli stati invasori.

L’8 settembre 1943 con l’armistizio tra Italia e Alleati, si verifica il collasso del Regio Esercito. Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto della Venezia Giulia. I partigiani occuparono quindi buona parte della regione, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria.

Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare.

Nella primavera del 1945 gli jugoslavi crearono una nuova Armata col compito di puntare verso Fiume, l’Istria e Trieste. L’ordine era di occupare la Venezia Giulia nel più breve tempo possibile, anticipando quindi gli alleati anglosassoni. A partire dal maggio del 1945, si verificarono arresti e sparizioni in tutte le provincie della Venezia Giulia (Trieste, Gorizia, Fiume e Pola). A Gorizia e Trieste, le violenze cessarono con l’arrivo degli alleati il 12 giugno; a Pola soltanto il 20 giugno; invece a Fiume, semplicemente, gli alleati non giunsero, e il martirio continuò imperterrito. Dopo la liberazione delle tre città giuliane si riscontrò l’uccisione di diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate nelle foibe ancora vive.

Una quantificazione precisa del numero di vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra 7000 e 11.000.

Quando, nel 1947, il Trattato di pace consegna alla Jugoslavia un’intera regione italiana – l’Istria, Fiume e Zara – l’Italia paga il prezzo di essere uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale. Anzi, a pagare non è l’Italia, ma sono gli italiani che da generazioni, da secoli, vivono in quelle terre: uomini, donne, anziani, bambini che preferiscono perdere tutto pur di fuggire da una realtà nuova, diversa, percepita come ostile e pericolosa: la realtà della Jugoslavia comunista di Tito.

Nell’esodo degli istriani, dalmati e fiumani, come in una lenta emorragia durata dieci anni, le persone si portano dietro tutto quello che possono, nella speranza di ricostruirsi un’esistenza dall’altra parte del mare, in patria, oppure, chissà, di tornare un giorno là dove sono nate. E così, il contenuto di intere case e quartieri viene prima schedato, imballato, spedito, e poi stipato nei magazzini del Porto Vecchio di Trieste, in attesa. Si stima che sia un’immensa folla di 350 mila italiani che lascia la ex Jugoslavia in quel periodo, per sfuggire ai massacri e alle retate.

Lo fecero di corsa: le autorità titine rilasciavano all’improvviso l’autorizzazione per partire, da effettuare entro non più di 24 ore. Il tempo necessario per attaccare il cavallo al calesse o caricare un camion di quanto si riteneva indispensabile. Così oggi, al Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste (reso noto anche dall’omonimo spettacolo di Simone Cristicchi che ha suscitato polemiche nei giorni scorsi), tutt’oggi sono stipate le masserizie di coloro che, una volta in Italia, decisero di emigrare (preferendo tentare la fortuna alla vita nei campi profughi allestiti in tutta Italia e all’ostilità degli italiani d’Italia). Partirono per le Americhe e l’Australia prevalentemente trasformandosi da esuli a migranti.

La domanda che si pone Di Donato è: “si trattò di pulizia etnica?”. La risposta, meditata dopo molti anni di studi è affermativa. Ritiene che di fatto è stato sradicato un popolo intero, con la propria cultura e tradizione, delle quali sono rimaste tracce ben visibili nel Magazzino 18 di Trieste.

Numerosi interventi dei Soci e egli ospiti presenti hanno poi vivacizzato la serata.

Il Presidente Roberto Zani, dopo aver ringraziato tutte le persone presenti e ricordato i prossimi appuntamenti del Club, suona la campana per il commiato della serata

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