Conviviale – Relatore Dott. Emil Abirascid: “L’innovazione che non ti aspetti”

La conviviale si è tenuta nella Sede di Palazzo Averoldi ed ha visto una buona partecipazione da parte dei Soci.

Il Presidente Paolo Franchi, a seguito del suono della campana rotariana, ha ringraziato tutti i presenti e gli ospiti ed ha ricordato i prossimi appuntamenti di Club.

Si è poi soffermato sulla ricorrenza del 10 novembre del 1970 che riguarda il lancio da parte dell’Unione Sovietica di Luna 17, un vettore con a bordo Lunochod 1, il primo robot lunare controllato a distanza.

Le missioni Lunochod furono progettate principalmente per l’esplorazione della superficie lunare, la raccolta di immagini e lo studio di altri parametri ambientali della Luna.

Lo scopo originale delle sonde robotiche era quello di individuare e studiare della aree lunari adatte per l’atterraggio e per la creazione di basi lunari; inoltre fu previsto che le sonde avessero a bordo un radiofaro che doveva semplificare le operazioni di allunaggio di eventuali veicoli con uomini a bordo.

Lunochod 1 (in russo Луноход), portato sulla Luna dalla sonda Luna 17, fu il primo rover controllato a distanza ad atterrare su un altro mondo. Dopo un primo tentativo fallito, terminato con la distruzione del vettore e del suo carico il 19 febbraio 1969, Luna 17 fu lanciata il 10 novembre 1970 alle 14:44:01 UTC e dopo aver raggiunto un’orbita di parcheggio, il robot entrava in orbita lunare il 15 novembre alle 22:00 UTC.Modello Lunochod 1

La navicella atterrava con successo sulla Luna nel Mare Imbrium il 17 novembre alle 03:47 UTC. Il lander era costituito da due diverse rampe dalle quali il rover poteva scendere sulla superficie. Alle 06:28 UTC la macchina effettuò i primi passi sul nostro satellite. Rimase attivo per 322 giorni terrestri, percorrendo circa 10,5 km e trasmettendo oltre 20.000 immagini.

In seguito Il Presidente Paolo Franchi introduce il relatore della serata Emil Abirascid.

Emil Abirascid, giornalista, si occupa di innovazione che si fa impresa.

È ideatore e autore di Startupbusiness, il business network dei protagonisti dell’innovazione che oggi è parte del gruppo Digital360.

Scrive di innovazione e imprese innovative su Il Sole 24 Ore, è curatore di StartupDigest Italy, è advisor di International Accelerator e di ScaleIT e partecipa regolarmente a incontri, convegni, conferenze dedicate all’ecosistema dell’innovazione.

Ha curato il volume “L’innovazione che non ti aspetti. Contesti e visioni per l’impresa” edito da Franco Angeli.

In passato è stato direttore di Innov’azione, bimestrale edito da Apsti, ha collaborato con Corriere Innovazione.

La parola passa dunque ad Emil Abirascid che inizia ricordando come nelle ultime elezioni Americane, la vittoria di Donald Trump e significativa che le regole del gioco stanno cambiando profondamente.

Immaginiamo per un attimo di essere vissuti sulle isole britanniche al tempo della rivoluzione industriale.

Prima la società era autonoma ma poi un insieme di nuove tecnologie ha impattato creando fabbriche e nuovi ricchi.

È come se i contadini dell’epoca avessero vissuto una forte crisi economica.

Analogamente oggi nascono continuamente nuove fabbriche e nuove tecnologie. Cambia il modo di pensare degli investitori: oggi il fallimento di una persona non è più visto negativamente ma come una maggiore esperienza acquisita sulla quale vale la pena di investire.

Grazie alla concorrenza tra imprenditori, i consumatori più consapevoli comparano l’offerta e ricercano qualità a costi minori ovvero efficienza, intesa quale migliore allocazione di costi, tempo ed energie.

Più soggetti mettono insieme i propri bisogni per avere potere contrattuale, economie di scala o voce in società. Nascono così gruppi di acquisto (o di vendita), dai primi consorzi per elettricità a minor costo alle piattaforme in rete modello Groupon. Fioriscono allo stesso modo nuove forme di partecipazione alla vita pubblica, in politica e nei quartieri

Al concetto di proprietà del bene, è venuto affermandosi quello di uso (AirBnB, Car2Go, il coworking): auto, appartamenti, uffici, competenze, dati, biciclette e vie di fuga (Waze). Per risparmiare, unire esperienze o godere di maggiore mobilità, si sono sviluppati modelli sociali ed economici, innovativi nella forma o nella tecnologia utilizzata, ma antichi nello spirito.

Gli abitanti delle città oggi partecipano o gestiscono spazi comuni, condividendo conoscenza e mezzi di lavoro o di trasporto, come si usava una volta nelle campagne.

Cambia il mondo, cambiano i modelli e le leggi che lo governano. Per un contesto che si modifica con una velocità progressiva è fondamentale trovare nuovi sistemi di organizzazione, valutazione, misurazione.

Non si tratta più di cercare di migliorare le strutture esistenti ma di trovare nuovi paradigmi organizzativi che devono essere sviluppati e implementati perché quelli attuali non sono più efficaci e che possono essere sviluppati e implementati perché ci sono le tecnologie che consentono di farlo.

L’ondata dell’innovazione arriva ovunque. Nessun settore dell’economia e della società ne è immune, anche quelli che paiono maggiormente consolidati e che vivono in contesti di bassa o inesistente concorrenza sono destinati a diventare, più prima che poi, oggetto di profondi cambiamenti, sia di tipo tecnico sia di tipo organizzativo.

Ciò vale per qualsiasi settore tanto che nell’ambito degli ecosistemi delle startup si parla di fin-tech, per indicare l’innovazione nell’industria finanziaria; la lista è lunga e arriva fino al reg-tech e al gov-tech, quindi alle tecnologie e alle modalità che proprio grazie alle tecnologie consentono di rinnovare il modo in cui si interagisce con le impalcature normative e legislative e con gli apparati dei governi centrali e periferici, quindi con la pubblica amministrazione.

Per i settori industriali che si muovono in regime di libero mercato è facile intuire come l’innovazione diventi a un certo punto imprescindibile, pena l’estinzione, come dimostrano casi eclatanti come quello di Nokia che non ha visto arrivare lo smartphone, di Kodak che non ha visto arrivare le macchine fotografiche digitali, di Blockbuster che non ha visto arrivare i servizi di distribuzione via streaming.

Ciò che emerge è l’importanza di sapere adattare leggi e modelli al cambiamento capendo quando è il momento di abbandonare meccanismi consolidati per adottarne di nuovi.

Esistono molti cambiamenti meno visibili: ad esempio le criptomonete (Bitcoin).

La criptomoneta è una valuta paritaria, decentralizzata digitale la cui implementazione si basa sui principi della crittografia per convalidare le transazioni e la generazione di moneta in sé. Come ogni valuta digitale, consente di effettuare pagamenti online in maniera sicura.

Il denaro immateriale sta cambiando il mondo perché è sovranazionale, permette l’utilizzo di strumenti finanziari, non ha nessuna banca centrale, permette lo scambio in modo anonimo.

La Blockchain è la piattaforma tecnologica su cui si è costruito l’importante fenomeno dei Bitcoin.

Il processo di cambiamento coinvolge ogni aspetto della nostra vita: dai processi di evoluzione tecnologica come visto a quelli di innovazione sociale ed economica.

Si è già dimostrato come la base concettuale della blockchain, che grazie ai Bitcoin ha dimostrato di funzionare, possa rappresentare una potenziale alternativa alle organizzazioni centralizzate alle quali oggi siamo abituati.

Il fatto che i  Bitcoin non abbiano bisogno della banca centrale ha creato un paradigma tecnicamente estendibile a qualsiasi altro aspetto, si pensi per esempio alle reti elettriche, oggi altamente centralizzate ma destinate a modificarsi rapidamente quando sarà più efficiente produrre energia nel luogo in cui essa viene consumata senza che vi sia la necessità di gestire, mantenere, installare, aggiornare le attuali infrastrutture di distribuzione.

Certo questi cambiamenti sono strutturali non solo per gli aspetti pratici e operativi ma anche per quelli della gestione e per le aziende che oggi hanno questo tipo di responsabilità. Serve quindi una revisione anche delle organizzazioni.

Un modello possibile, aderente alla filosofia della decentralizzazione, è quello della olocrazia.

Un modello, quindi, che elimina l’approccio centralizzato tipico delle democrazie rappresentative le quali stanno ampiamente dimostrando di essere non solo inefficienti ma anche causa di distorsioni come corruzione, concussione, clientelismo proprio perché accentrano il potere.

L’olocrazia (o olacrazia), è applicabile a qualsiasi sistema organizzato. Per esempio è applicabile alle imprese e, come ricorda anche il sito di Holacracy che ha messo a punto uno schema applicativo basato su questo principio, sono già non poche ad avere adottato tale sistema.

Già oggi in Usa, Francia, Germania, Svizzera, Nuova Zelanda, Australia e Regno Unito esistono imprese e organizzazioni no-profit con questo schema dove le decisioni non avvengono più per scale gerarchiche, che sono del tutto abolite, ma secondo un modello in cui l’autorità è distribuita e attuata da gruppi auto organizzati che interagiscono tra loro e danno a ogni componente il medesimo valore decisionale.

Il passo ulteriormente successivo è la definizione di un sistema di gestione delle cose e dei servizi pubblici basato su un sistema distribuito di democrazia diretta.

Proprio le città stato rappresentano una opportunità molto concreta che non significa l’indipendenza dagli stati nazione esistenti (che comunque sono destinati a modificarsi nel profondo) ma la gestione autonoma su territori ben definiti e limitati nella loro estensione nei quali è più semplice applicare la democrazia diretta eliminando quindi lo strato intermedio che oggi è il ventre molle della democrazia rappresentativa.Platone

Un’ultima considerazione: potrebbe venire quasi automatico pensare che l’olocrazia si avvicini molto alla oclocrazia, il governo delle masse, che Platone considerava in modo negativo come forma degenerativa della democrazia e benché vi siano similitudini strutturali la olocrazia è invece un sistema organizzato, decentralizzato e non gerarchico reso possibile dalle tecnologie disponibili che non erano immaginabili quando Platone pensò al concetto di oclocrazia quale ultimo dell’ordine consequenziale che allinea aristocrazia, timocrazia, oligarchia, democrazia.

In un’ottica contemporanea quindi la oclocrazia può non essere più vista esclusivamente come la ‘pressione popolare delle folle’ sui sistemi di governo ma piuttosto come il diretto coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni politiche e nell’amministrazione secondo il modello olocratico di cui sopra. E ciò è molto più efficacemente applicabile in contesti come le città stato.

Entra così in gioco la ridefinizione del concetto di stato-nazione perché sempre più arrivano segnali di una crescita del peso sociale, economico, politico, istituzionale di entità più piccole e in particolare delle città-stato (ciò vale anche per i micro e piccoli stati).

L’elemento dimensionale è determinante ed è stato bene analizzato dall’American Enterprise Institute che rileva per esempio che i Paesi con meno di 10 milioni di abitanti sono più efficienti anche guardando il solo aspetto della facilità di creazione d’impresa e il livello di libertà economica.

Appare quindi fondamentale ridisegnare i sistemi che devono essere esponenzialmente meno complessi, più facili da gestire, e in questo processo la dimensione territoriale diventa elemento determinante.

Il concetto di città-stato non è una boutade, anche grazie alla brexit vi è stata una accelerazione in termini di diffusione e conoscenza di questo modello Indipendenza, o meglio autonomia, delle città non vuol dire necessariamente secessione dagli stati-nazione a cui esse appartengono ma di certo una crescita dell’autonomia decisionale e operativa come già avviene per esempio a Berlino.

Quindi si dovrebbe forse trovare una definizione che racchiuda in sé sia il concetto di autonomia sia quello di non-secessione ma per il momento continuiamo a usare il termine città-stato.Paolo Framchi Emil Abirascid

Le città-stato sono quindi meno complesse da gestire rispetto agli stati-nazione, di certo è più semplice, almeno in teoria, applicare nuovi modelli di gestione sia politica sia operativa della democrazia resi possibili anche dalle nuove tecnologie.

Tutti questi fenomeni, conclude Emil Abirascid, creano stupore ma sono il prossimo futuro nel quale siamo immersi.

Considerate ad esempio che nel 2030 le macchine, grazie all’intelligenza artificiale,  sapranno prendere decisioni autonome ed allora cambieranno di nuovo tutti i paradigmi che hanno gestito la società negli ultimi duecento anni.

Hanno fatto seguito numerose domande dei Soci alle quali Emile Abirascid ha risposto con estrema competenza.

In seguito il Presidente Paolo Franchi ha chiuso la serata con il tocco della campana rotariana.

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