Dopo i saluti di rito ai soci presenti e agli ospiti da parte del nostro vice-presidente Roberto Zani, che sostituiva Vittorio Roscini Vitali e di Roberto Soldati, il Presidente del RC Brescia Castello ha brevemente presentato i relatori e ha passato la parola alla dottoressa Laura Lesèvre, responsabile del progetto “Gli Occhi della Guerra” (http://www.occhidellaguerra.it/). La dottoressa ci ha spiegato come è nato il progetto: in seno a Ilgiornale.it (la versione on line de Il Giornale), constata, nel panorama italiano, la scarsezza di reportages dalle zone di guerra, a causa della mancanza di fondi, alla fine del 2013 si è pensato di lanciare un’iniziativa di crowdfunding per finanziare i viaggi di reporter di guerra.

L’idea ha avuto successo e dal 2014 a oggi sono stati realizzati circa 200 reportages, in gran parte grazie al sostegno finanziario dei lettori. Un’esperienza quindi molto significativa, alla quale il Rotary ha già contribuito. Infatti il RC Soresina e altri club del cremonese hanno contribuito a finanziare alcuni reportages da Irak, Uganda e Repubblica democratica del Congo. “Gli occhi della guerra” è il brand dietro il quale opera l'”Associazione per la promozione del giornalismo”, che è lo strumento usato per gestire i fondi raccolti.

“Gli Occhi della Guerra” oggi riunisce un nutrito gruppo di reporters, con l’obiettivo di fare giornalismo senza filtri né censure. Tra i membri del team spicca il nome di Fausto Biloslavo, che ha preso la parola dopo la dottoressa Lesèvre. Credo che tutti lo conoscano: da ormai 35 anni calca le scene del giornalismo di guerra e spesso appare anche in televisione, con servizi trasmessi dai principali telegiornali nazionali. Nato a Trieste nel 1961, laureato in scienze politiche, si è dedicato al giornalismo sin da giovane.

Ha voluto prima di tutto spiegare il nome “Gli Occhi della Guerra”, nome scelto come titolo anche per un libro fotografico, che recentemente ha pubblicato insieme a Gian Micalessin e Almerigo Grilz (†). Gli occhi della guerra sono gli occhi del bambino soldato, che appare nella copertina del libro, ma anche gli occhi dei prigionieri di guerra, dei civili colpiti dagli eventi bellici e, infine, dei giornalisti che si trovano a fare il loro mestiere nei campi di battaglia.

Ci ha poi raccontato la sua carriera attraverso alcune fotografie e filmati, legati a guerre e guerriglie a tutti ben note, che però lui ha potuto vivere da molto vicino.

L’inizio è stato segnato da un colpo di fortuna: era a Beirut nel 1982, durante la guerra del Libano. Tutti i numerosi giornalisti lì presenti ambivano fotografare la partenza di Yasser Arafat e Biloslavo ebbe la fortuna di incontrare il capo della scorta di Arafat, che parlava italiano, avendo studiato a Bologna. Grazie a questo colpo di fortuna gli fu possibile fotografare Arafat mentre lasciava Beirut e le sue foto vennero pubblicate nelle principali testate giornalistiche mondiali.

Poi è passato all’Afghanistan, la sua “seconda patria” essendoci stato numerosissime volte, la prima nel 1983, ai tempi dell’occupazione russa, e l’ultima un paio di anni fa. Ci ha mostrato una foto di Massoud, che lui considera la prima vittima dell’11 settembre, essendo stato assassinato da Al Qaida il 9 settembre 2001. In Afghanistan ha potuto anche seguire il lavoro di Alberto Cairo, fisioterapista cuneese, detto l’angelo di Kabul: con la sua attività in seno alla Croce Rossa costruisce protesi per permettere di camminare alle persone colpite dalle mine.

Anche l’Africa è rimasta nel suo cuore e lì ha potuto vedere alcune delle più crude scene di guerra della sua carriera. Dall’Africa è passato alla guerra in Jugoslavia: non avrebbe mai immaginato di trovarsi a fare il reporter di guerra a poche ore di macchina dalla sua città. Ha mostrato un video nel quale intervista il famigerato “comandante Arkan”, che riteneva di essere “umano” in quanto si limitava a uccidere i nemici senza torturarli.

Poi di nuovo in Medio Oriente, con la guerra in Irak e poi, sempre nel mondo arabo, con “le primavere diventate inverno”. Ebbe il privilegio di essere l’ultimo giornalista italiano a intervistare Gheddafi. Biloslavo ebbe il coraggio di chiedergli “Non teme di fare la fine di Saddam?”, l’interprete non ebbe il coraggio di tradurre la domanda ma Gheddafi conosceva comunque l’inglese e rispose: aveva una chiara visione di quello che sarebbe successo di lì a poco e cioè la sua probabile uccisione, le successive guerre civili e l’invasione in Europa di immigranti africani, non più frenati dai controlli libici. La Libia era peraltro stata trasformata da Gheddafi in un gigantesco arsenale e l’enorme quantità di armi nascoste in tutto il territorio tuttora alimenta gli scontri in Libia e le numerose guerriglie africane, grazie a un fiorente contrabbando attraverso il Sahara.

Infine ci ha parlato della guerra all’ISIS e della liberazione di Mosul, mostrandoci le foto di una locale chiesa cattolica liberata su sua iniziativa insieme a un gruppo di altri giornalisti.

Fausto Biloslavo ha chiuso la sua relazione confessandoci la speranza di poter continuare a fare il reporter, fino a che avrà la forza di indossare il giubbotto antiproiettile ma ha anche voluto sottolineare come ogni volta che torna a casa si renda conto di quanto grande sia il privilegio di vivere in una nazione che vive in pace da 70 anni.

E’ seguita una interessante serie di domande sulla politica estera americana in Medio Oriente (priva di visione geopolitica di lungo respiro), sull’influenza cinese in Africa e Afghanistan (silenziosa ma pesante e pervasiva) e sul caso Regeni, in merito al quale ritiene che la verità non vada cercata solo in Egitto ma anche e soprattutto in Inghilterra, da dove era partito il giovane ricercatore poi assassinato.

La serata si è conclusa con la consegna ai due ospiti di una serie di omaggi e di una offerta a “Gli Occhi della Guerra” da parte dei due club.