Unione Bancaria Nazionale: la fine di una grande banca bresciana degli anni trenta

I relatori della serata sono stati il Prof. Antonio Porteri, noto economista aziendale, già ordinario di Economia degli intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Brescia e ora Professore Emerito presso la stessa Università nonché vice-presidente dell’Ateneo di Brescia- Accademia di Scienze Lettere ed Arti e il Prof. Maurizio Pegrari, storico, professore di storia economica all’Università di Verona.

La conviviale è stata dedicata al caso della Unione Bancaria Nazionale (UBN), una banca bresciana, che operò tra il 1916 e il 1932. Già oggetto di un approfondito studio da parte del Prof. Pegrari nel 2004 (“L’Unione Bancaria Nazionale. Nascita, ascesa e declino di una grande banca lombarda (1903-1932)” per i tipi della Grafo), la vicenda dell’UBN si è recentemente arricchita di alcuni particolari inediti grazie all’accesso ai documenti riservati conservati presso l’Archivio Storico della Banca d’Italia, cosa che ha consentito al Prof. Porteri di firmare un nuovo saggio sull’argomento (“Unione Bancaria Nazionale: la fine di una grande Banca bresciana degli anni trenta”, sempre per i tipi Grafo). L’obiettivo del saggio è stato quello di comprendere la natura della crisi che investì l’UBN, portando al concordato del 1932, di analizzare i fattori che l’hanno determinata e in sintesi di rispondere all’interrogativo circa la possibilità o meno di salvare la banca.

L’UBN venne costituita nel 1916, con sede a Brescia in Via S. Martino della Battaglia al n° 8, grazie all’iniziativa di Francesco Perlasca, banchiere, già fondatore del Banco Mazzola, Perlasca e c. e terziario francescano. Perlasca, sciogliendo un voto di Tovini circa la costituzione di una banca che avesse un respiro più ampio delle banche cattoliche locali costituite grazie al suo impulso, crea una banca, ispirata valori cristiani, che si sviluppa su scala multiregionale.

L’UBN, infatti, in pochi anni diventa una delle maggiori banche del Paese per articolazione territoriale (apre complessivamente 300 sportelli in Lombardia e nel Triveneto, a fronte di 27 sportelli del CAB e 28 della San Paolo) e per massa amministrata (il totale di bilancio alla fine del 1930 è pari a circa 1 miliardo di lire: 3,3 volte la massa amministrata dal CAB e 2,5 volte quella amministrata dalla San Paolo).

La banca si caratterizza per la sua indipendenza: è di ispirazione cristiana ma non aderisce alle organizzazioni cattoliche operanti nel campo dell’economia e del credito. Inoltre, a seguito dell’ascesa al potere del fascismo, nessuno dei suoi dirigenti aderisce al partito. Proprio per la sua indipendenza, l’UBN si pone in contrasto con il progetto di un mondo bancario di “sicura fede nazionale” ovverosia di adesione al potere politico, fenomeno incoraggiato dal regime con la creazione della Banca d’Italia. Non vi è quindi da stupirsi, come meglio vedremo più sotto, del fatto che l’UBN divenne bersaglio della Banca d’Italia, la quale, con un’ispezione effettuata a fine 1931, fece emergere perdite, che portarono alla repentina imposizione di un concordato preventivo, negando, con una rigidità senza precedenti, qualsiasi possibilità di salvataggio da parte della Stato (a differenza di quanto normalmente concesso a molti altri istituti di credito in crisi).

I relatori della serata

L’analisi dei dati effettuata dal Prof. Porteri abbraccia il decennio che va dalla metà degli anni venti fino alla metà degli anni trenta del ‘900 e fa emergere una struttura finanziaria dove la fonte principale di finanziamento è rappresentata dai debiti in c/c intrattenuti con banche corrispondenti, i quali sono canalizzati verso la concessione di crediti in c/c alla clientela. Altra forma di finanziamento alla clientela è rappresentata dallo sconto cambiario, al quale consegue una attività di risconto presso la Banca d’Italia. Una struttura finanziaria che si rivela squilibrata, sia perché risorse a breve o a vista vengono investite in attività di credito assoggettate al rischio di immobilizzo e di insolvenza, sia perché il capitale non è in grado di fronteggiare i rischi assunti dalla banca. Lo squilibrio finanziario si aggrava a seguito della crisi che colpisce le imprese clienti della UBN, a partire dalla deflazione imposta dalla “quota 90”del 1926 per arrivare alla crisi del 1929 – 1930.

La crisi del 1929-1930 coglie quindi UBN in condizioni di debolezza finanziaria, senza tuttavia che ci siano evidenze di crisi economica e quindi di perdita. Le perdite emergono solo a seguito della sopra ricordata ispezione ordinata dalla Amministrazione Centrale della Banca d’Italia e svolta dal direttore della Succursale di Brescia tra il mese di novembre e i primi giorni di dicembre del 1931. La Banca d’Italia, una volta rilevati gli squilibri esistenti, non solo non predispone alcun piano per il loro superamento, ma, sorprendentemente, ordina alle proprie filiali di non procedere al risconto del portafoglio, pur considerando che esso viene giudicato normalmente di ottima qualità e adeguatamente frazionato.  Si blocca quindi una componente importante dell’operatività ordinaria della UBN, la quale viene costretta il 26 febbraio 1932 a chiedere di essere liquidata attraverso la procedura del concordato preventivo.

La Banca d’Italia mostra nei riguardi della UBN una rigidità che non ha riscontro, non solo nei casi di rilievo nazionale (Banco di Roma, Credit e Comit), ma nemmeno a livello locale.

Antonio Porteri risponde solo indirettamente all’interrogativo circa la possibilità o meno di salvare la banca, richiamando i fatti seguenti: a) il capo del governo, il ministro delle Finanze e la Banca d’Italia operano in tempi talmente rapidi da non consentire alla banca nemmeno di tentare di affrontare e risolvere i propri squilibri (dalla fine dell’ispezione alla uscita della banca dal mercato trascorrono soltanto due mesi); b) mentre nega il risconto alla UBN, la Banca d’Italia, su intese raggiunte con il capo del governo, finanzia la Banca Cooperativa Bresciana accettando la cessione di crediti dubbi o inesigibili; c) nel valutare il progetto di salvataggio e rilancio della UBN presentato dai suoi dirigenti a Roma nel gennaio del 1932, la Banca d’Italia non contesta la possibilità che la banca ritorni in equilibrio economico – finanziario grazie a un apporto da parte dello Stato (70 milioni di lire). Essa mette invece in dubbio la capacità della UBN di rispettare il piano di rimborso di detto finanziamento (dalla liquidazione della UBN conseguirà, oltre alla perdita dell’intero capitale sociale, anche una perdita di 151 milioni di lire a carico dei depositanti).

La liquidazione della Unione Bancaria Nazionale, per i tempi e per le modalità che la hanno caratterizzata, viene quindi decisa principalmente sulla base di valutazioni politiche. Il carattere politico e quindi, in sostanza, pretestuoso, dell’”affondamento” dell’UBN è dimostrato anche dall’elevatissima percentuale concordataria, che ammonterà al 70%, e alla piena assoluzione della dirigenza della banca nel processo penale incardinatosi a seguito del concordato.

Il disegno volto a espellere la banca dal mercato viene peraltro reso possibile dagli squilibri economico – finanziari della UBN, i quali derivano a loro volta dalla pesante crisi di mercato (“quota 90” voluta da Mussolini e crisi del ‘29) e da una strategia di sviluppo che non si basa unicamente sulla capacità di risparmio della zona originaria di appartenenza, ma procede anche per linee esterne.