Dopo i saluti di rito, il Presidente ha passato la parola al socio Franco Robecchi, che, con la sua usuale verve, si è inoltrato in un tema sul quale ha dichiarato di parlare da semplice curioso, non essendo un addetto ai lavori. L’argomento riguardava i rapporti tra ambientalismo e clima ed è stato affrontato soprattutto in una prospettiva culturale.

Franco ha cominciato illustrando alcuni degli spetti del clima del nostro pianeta nelle ere passate. Si è dapprima soffermato sul periodo geologico Criogeniano dell’era Neoproterozoica (tra i 720 e i 635 milioni di anni fa), durante il quale gran parte della superficie terrestre venne ricoperta dai ghiacci. Questa peraltro fu solo la seconda era glaciale a interessare la Terra. Attualmente infatti ci troviamo a vivere nella quinta era glaciale, l’era glaciale del Quaternario, che è cominciata circa 40 milioni di anni fa ed è diventata più intensa nel Pleistocene, con un susseguirsi di periodi di glaciazione e periodi interglaciali più caldi. L’ultimo periodo di glaciazione è noto come glaciazione Würm ed è terminato circa 10.000 anni fa, un battito di ciglia se si pensa all’età del nostro pianeta (4,5 miliardi di anni). Gli ultimi periodi di glaciazione hanno contribuito a conformare il paesaggio europeo che conosciamo oggi e Franco ha mostrato una ricostruzione dell’estensione del ghiacciaio che diede poi vita al lago di Garda e al suo anfiteatro morenico.

Dopo la fine del periodo Würmiano il clima ha continuato a oscillare tra periodi caldi e periodi freddi, come la cosiddetta “piccola era glaciale”, collocata tra il 1300 e il 1800. In quei secoli gli inverni erano molto freddi ed era, per esempio, normale che in Inghilterra il fiume Tamigi ghiacciasse (v. immagine di apertura). Oggi viviamo in un periodo più caldo sebbene non sia del tutto chiaro quali siano le cause di tale riscaldamento.

A questo punto Franco è passato alla parte più interessante della relazione e cioè la sua analisi degli atteggiamenti dell’uomo con riferimento al clima e ai suoi mutamenti.

Il timore per i mutamenti climatici non è un fatto nuovo, come ci ha ricordato leggendo alcuni passi di Sant’Agostino, di Lorenzo Magalotti (letterato del XVII secolo) e di Giacomo Leopardi. Ci ha poi detto che fino agli anni ’70 del secolo scorso il filone catastrofista era incline a pensare a una imminente nuova glaciazione (si veda, per esempio, il film “Quintet” di Robert Altman). Poi, forse sulla scia degli studi sull’effetto serra, si è fatta largo la paura per il riscaldamento globale, paura corroborata da vari dati, come la progressiva riduzione dei ghiacciai, anche polari, e l’aumento delle temperature.

Senza entrare nel merito circa le proiezioni dei vari specialisti, Franco ha voluto fare una carrellata degli atteggiamenti, spesso dogmatici ed estremisti, che caratterizzano l’approccio dei mass media al problema. Secondo il relatore l’origine di questo atteggiamento catastrofista deve essere cercata nel movimento ecologista, sviluppatosi soprattutto a partire dall’inizio del ‘900. Questo movimento ha instillato nel pensare comune alcuni elementi come una fondamentale diffidenza verso la tecnologia e il progresso e la tendenza a considerare l’uomo come un elemento estraneo alla natura. Questi pregiudizi, di natura puramente culturale e privi di basi scientifiche, emergono regolarmente ogni volta che si parla di mutamento climatico e, certamente, non facilitano una obiettiva analisi dei problemi.