Anche questa serata ha visto come protagonisti i soci del Club: gli avvocati penalisti Massimo Bonvicini e Andrea Puccio ci hanno parlato del processo penale e delle garanzie per l’imputato. Un tema sicuramente interessante e di grande importanza.

 

Ha cominciato la relazione Massimo Bonvicini, il quale ha brevemente ricordato la storia recente del processo penale italiano, delineando l’evoluzione dal sistema inquisitorio al sistema accusatorio. Il sistema “inquisitorio”, caratterizzato da un procedimento di formazione delle prove ad opera del giudice istruttore, fuori dal contraddittorio tra le parti, determinava una forte compressione del diritto alla difesa. Fu quindi una grande rivoluzione la riforma del 1989, realizzata grazie alla volontà di Mino Martinazzoli e Giuliano Vassalli: nell’ottobre 1989 in Italia entrò in vigore un nuovo Codice di Procedura Penale. In tale nuovo codice viene disciplinato un processo di tipo “accusatorio”, nel quale vi è un maggiore equilibrio tra accusa e difesa. Oggi è dunque necessario che la prova si formi nel contraddittorio tra le parti, davanti al giudice. Un grande passo in avanti, la cui affermazione tuttavia ha visto e tuttora vede notevoli resistenze da parte della magistratura. L’epoca di “mani pulite”, in particolare, ha determinato alcune degenerazioni dello spirito del Codice, con lo svilimento del ruolo del giudice delle indagini preliminari (GIP), ridotto talvolta ad un mero passacarte dell’accusa e con l’abuso della custodia cautelare.

Un ulteriore progresso è poi stato fatto nel 1999, anche grazie all’opera di Giuseppe Frigo, già nostro socio e ora socio onorario, attraverso la modifica dell’art. 111 della Costituzione. La modifica ha inserito in tale articolo il principio del c. d. “giusto processo”, che ha sancito e rafforzato la riforma del 1989. Massimo ha concluso sottolineando come il pieno compimento della riforma del 1989 e del “giusto processo” si avrà soltanto con la separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri). Giudici e pubblici ministeri infatti sono oggi colleghi e questo si scontra col principio della terzietà e imparzialità del giudice, affermato dall’art. 111 citato. A causa della mancata separazione delle carriere, oggi il processo penale è un po’ come una partita di calcio nella quale l’arbitro indossi la maglia di una delle due squadre in gara.

La parola è poi passata ad Andrea Puccio, il quale, grazie all’ausilio di alcune efficaci slides, ha fatto una carrellata delle varie norme che contengono i principi a garanzia dell’imputato. Andrea si è soffermato dapprima sugli artt. 24 (diritto alla difesa), 25 (riserva di legge, tassatività e irretroattività delle leggi penali), 27 (responsabilità penale personale e principio di non colpevolezza) e 111 (giusto processo) della Costituzione per poi passare al Codice di Procedura Penale, con gli artt. 327bis (attività investigativa del difensore) e 391bis (colloquio, ricezione di dichiarazioni e assunzione di informazioni da parte del difensore).

Andrea ha voluto sottolineare come spesso oggi, per molti imputati, la vera “pena” sia il processo penale stesso più che la successiva eventuale condanna, che per molti reati non si traduce poi nella detenzione in carcere. Ha quindi concluso con qualche breve cenno alla piccola rivoluzione del 2001, con il decreto legislativo 231, che ha introdotto nel nostro ordinamento la “responsabilità amministrativa degli enti” per i reati commessi nell’interesse o a vantaggio degli stessi. Fino al 2001 vigeva il principio che societas delinquere non potest, dal 2001, invece, i reati commessi nell’interesse o a vantaggio delle società comportano conseguenze negative anche per le società stesse e non più solo per le persone fisiche che materialmente li hanno commessi.

Pur chiamata “responsabilità amministrativa”, di fatto è una responsabilità penale, che quindi comporta una serie di pesanti sanzioni pecuniarie e, soprattutto, interdittive (come per es. l’interdizione all’esercizio dell’attività), in capo alle società, a causa di reati commessi da amministratori e dipendenti delle stesse.