Anche questa volta abbiamo avuto il piacere di ascoltare la relazione di un socio, il Prof. Emilio Sacchetti, entrato nel Club l’anno scorso, il quale ci ha intrattenuto sulle patologie psichiatriche legate la gioco d’azzardo.

Prima di tutto il Presidente ha brevemente introdotto Emilio Sacchetti, soffermandosi sui principali punti del suo ricco curriculum: nato nel 1946, si è laureato in Medicina a Milano e poi si è specializzato in Psichiatria. E’ stato Professore Ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia e ora è Professore Emerito. Ricopre vari incarichi scientifici e accademici, tra i quali la co-presidenza della Società Italiana di Psichiatria Geriatrica ed è stato presidente della Società Italiana di Psichiatria. Si occupa principalmente di disturbi dell’umore, di ansia e di schizofrenia ed è autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche.

Il relatore, introducendo l’argomento, ha voluto prima di tutto chiarire un diffuso equivoco terminologico: il termine spesso usato per riferirsi alla patologia del gioco d’azzardo è “ludopatia”, ma è un termine inesatto, in quanto la patologia non è legata al gioco ma al gioco d’azzardo, che è una cosa diversa.

In ogni caso il gioco d’azzardo non è di per sé una patologia, è la dipendenza dal gioco d’azzardo a esserlo. Tale aspetto patologico del gioco d’azzardo è stato peraltro identificato come malattia solo da pochi decenni, prima, prevalendo un giudizio morale, era semplicemente considerato un vizio.

La malattia da dipendenza da gioco d’azzardo è collocata nell’ambito delle dipendenze comportamentali (behavioral addictions), insieme ad altre dipendenze come lo shopping compulsivo, il sesso, ecc.

Per un 50% è di origine genetica (e quindi ereditaria) e per un 50% è indotta dall’ambiente. La patologia si estrinseca in una serie di comportamenti come, per esempio, il giocare sempre più spesso, sacrificando al gioco le relazioni familiari e sociali, e, spesso, arrivando a commettere reati per poter ottenere il denaro necessario per giocare.

La popolazione può essere divisa in cinque diverse categorie: i non giocatori (molto pochi), i giocatori ricreativi (chi gioca solo per divertirsi: la maggioranza della popolazione), i giocatori problematici, che già mostrano alcuni dei sintomi della patologia, i giocatori patologici veri e propri (in Italia sono circa il 3% dei giocatori) e, infine, i giocatori professionisti, che, paradossalmente, sono immuni dalla patologia.

Il fenomeno è in espansione, anche grazie alla facilità con cui si può giocare (internet permette l’accesso al gioco d’azzardo su scala globale e 24 ore su 24). Interessante notare come alcuni giochi si prestino di più a creare dipendenza rispetto ad altri: per esempio è stato notato che i giochi veloci, come le slot machines, innescano più facilmente meccanismi di dipendenza. A tale proposito si è osservato che sarebbe possibile identificare un giocatore patologico dalla velocità con la quale preme i tasti della slot machine (questo potrebbe essere un sistema per scoraggiarlo, attivando immediatamente un meccanismo che rallenti il funzionamento della slot, non appena la macchina “si accorga” che a giocare è un giocatore patologico).

Con questa osservazione il relatore ha introdotto la parte finale della relazione, che verteva su come combattere il fenomeno.

Sul piano medico esistono terapie, prevalentemente psicoterapeutiche, abbastanza efficaci, sebbene il difficile sia convincere il paziente a sottoporsi alla cura: su 100 pazienti solo il 10% chiede di essere curato, ciò perché molti rifiutano l’idea di essere malati. Le terapie farmacologiche sono viceversa ancora sperimentali e quindi, per ora, non particolarmente efficaci.

Sul piano sociale, secondo il relatore, ogni tentativo di scoraggiare il gioco d’azzardo combattendo le sale giochi sarebbe fallimentare: la facilità con la quale un tale fenomeno può diffondersi illegalmente e, soprattutto, la presenza di internet, che non ha confini, vanificherebbero tutti gli sforzi volti a contrastare il diffondersi delle sale da gioco in una determinata nazione. Emilio ha concluso la sua relazione affermando che l’approccio preferibile è quello di educare, promuovendo un gioco responsabile.