Alla presenza di numerosi soci abbiamo aperto la conviviale con un minuto di silenzio in ricordo di Giovanna Sorbi.

Il Presidente ha quindi salutato gli ospiti presenti e in particolare la Professoressa Elisabetta Donati, presidente della Fondazione Casa di Industria ONLUS, il dott. Renato Pozzi, vice-presidente della stessa fondazione e il Prof. Orazio Zanetti, primario presso l’IRCCS Centro San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli e geriatra specializzato in malattie neurodegenerative.

Ha aperto la relazione la Professoressa Donati, la quale è anche sociologa e docente a contratto di “Sociologia della famiglia” all’Università di Torino.

Ha voluto innanzitutto renderci partecipi di alcune riflessioni sulla “vecchiaia”, definita come una “nuova età”, frutto del miglioramento della vita umana e del progresso della medicina, con la quale ora tutti dobbiamo fare i conti. Non essendo più una eventualità ma una quasi certezza, la vecchiaia è un qualcosa che pone importanti domande, soprattutto ai giovani, che oggi hanno un’aspettativa di vita decisamente più elevata rispetto alle generazioni passate: come vivremo e che cosa faremo quando saremo vecchi?

D’altra parte il tema dell’invecchiamento è fortemente soggettivo e relativo, connotato da influenze puramente culturali. C’è l’età anagrafica, l’età sociale (per esempio quella prevista dalla legge per andare in pensione), l’età psicologica e l’età del corpo. Proprio per questa “relatività” del concetto di vecchiaia possiamo ben dire che ognuno di noi stia costruendo il proprio modo di invecchiare.

La relatrice è quindi entrata nel tema più specifico delle RSA (Residenze sanitarie assistenziali) come Casa di Industria, che l’anno scorso ha compiuto 200 anni. A Casa di Industria non si vede la “vecchiaia” ma solo un aspetto particolare della stessa: la vecchiaia “dura”, di chi soffre il peso dell’età, esperienza che, come abbiamo visto sopra, non è necessariamente collegata al concetto di “vecchiaia”. Questo tipo di residenze, un tempo rette da una logica puramente custodialistica, oggi è orientata verso una logica di comunità e di servizio personalizzato con maggiore attenzione alla dignità della persona. Ai 130 posti letto per i residenti, Casa di Industria affianca anche servizi di semiresidenzialità (l’assistito pernotta a casa propria) e di assistenza domiciliare.

La Professoressa Donati ha voluto portare due esempi della maggiore attenzione per la dignità della persona: la realizzazione di una stanza ben curata e particolarmente intima, per accompagnare gli ultimi momenti della vita, dove anche i parenti possano prepararsi alla morte del congiunto, e poi la creazione di un diverso sistema per i pasti delle persone con deficit cognitivo. Queste persone spesso faticano a stare a tavola. Per loro esiste oggi la possibilità di servirsi direttamente dalla dispensa, quando vogliono e con porzioni a loro adatte (es. finger food). La relazione è terminata con la proiezione di un video realizzato per il bicentenario.

Ha quindi preso la parola il Prof. Zanetti, il quale ha confermato quanto detto dalla Prof. Donati circa i pregiudizi che accompagnano la vecchiaia e ha sottolineato come la stessa circostanza che in Italia solo 200.000 persone vivano nelle RSA a fronte dei diversi milioni di anziani che vivono in Italia, dimostra proprio come l’esperienza di vecchiaia della RSA non sia necessariamente l’esperienza di vecchiaia che tutti dovranno vivere.

Nella prospettiva più strettamente medica, ha voluto sottolineare come i geni determinino il nostro potenziale di invecchiamento solo per il 40%, il resto dipende dallo stile di vita (alimentazione mediterranea, attività fisica, attività mentale, controlli medici, ecc.). Il Professore ha voluto concludere la sua esposizione parlandoci di Jeanne Calment, l’essere umano più longevo al mondo di cui si abbiano dati certi. Nata ad Arles nel 1875, vi morì nel 1997 a 122 anni e 164 giorni. Mantenne una mente lucida fino alla fine. Venne sottoposta a vari test a 118 e a 120 anni e in entrambi i casi le facoltà cognitive dimostrate (memoria e linguaggio) erano paragonabili a quelle di un settantenne, anzi le capacità di linguaggio a 120 anni erano migliorate rispetto al test fatto a 118 anni. Il caso Calment dimostra che, se mai per gli umani il raggiungimento dell’età limite di 120 anni dovesse diventare una evenienza comune, non è affatto detto che ciò si debba accompagnare a un decadimento mentale importante. Sulla vicenda della signora Calment possiamo anche riportare una piccola curiosità: a 90 anni, priva di eredi, vendette la sua casa a un avvocato, a fronte del pagamento di una rendita vitalizia. Ebbene, alla fine la somma che l’avvocato (e poi i suoi eredi, perché, nel frattempo, il compratore era deceduto) pagò fu il doppio del valore della casa! Pare che la signora abbia commentato: “…qualche volta nella vita si fanno cattivi affari”.