“Il Museo Civico di Scienze Naturali a Brescia tra passato e futuro”

Il relatore della serata è stato il socio Alberto Ballerio, avvocato, naturalista e, tra l’altro, membro della recentemente costituita Associazione Amici del Museo di Scienze Naturali di Brescia. Pochi sanno che a Brescia esiste un Museo di Scienze Naturali e pochissimi lo hanno visitato. La relazione ha quindi voluto sensibilizzare i soci sul museo e ha tentato di identificare le cause del suo scarso successo, fornendo alcune possibili soluzioni.

L’esposizione è partita da alcune considerazione su che cosa sia un museo di storia naturale. Il primo museo di storia naturale di cui si abbia notizia nel mondo occidentale è quello del napoletano Ferrante Imperato (seconda metà del ‘500): all’epoca la natura era una cosa scontata e il museo quindi serviva per raccogliere principalmente reperti curiosi o straordinari (di qui l’espressione “camera delle meraviglie” o “gabinetto delle curiosità”, che viene utilizzata per indicare questi musei antichi). Con lo sviluppo delle scienze le cose cambiano e i musei, grazie ai sistemi di classificazione scientifica che venivano via via sviluppati, oltre che grazie ai viaggi di esplorazione collegati alla formazione degli imperi coloniali europei, cominciano a formare ricche collezioni di reperti. Questi reperti venivano poi esposti secondo gli ordini classificatori dell’epoca.

Dopo la seconda guerra mondiale questo approccio viene messo in discussione e da questa crisi nascono due possibili soluzioni.

Un primo approccio fu il museo “luna park”, nel quale viene data grande enfasi all’aspetto didattico, consentendo, con l’uso delle tecnologie più avanzate, di “giocare” per apprendere (per es. schiacciando bottoni collegati con le risposte a domande, ecc.) e affiancando a tutto ciò un gran numero di pannelli esplicativi a fronte di pochissimi reperti esposti. Un esempio di museo luna park è l’esposizione dedicata agli insetti presso il museo di storia naturale di Londra. Questo approccio poteva avere un senso quaranta anni fa (quando appunto venne concepito a Londra), quando cioè l’offerta editoriale in materia di storia naturale era limitata e non esistevano i personal computer, gli strumenti multimediali e internet. Un museo che oggi puntasse su questo tipo di approccio sarebbe perdente perché si metterebbe in concorrenza con una tecnologia e informazioni che oggi tutti possiamo avere comodamente a casa (chi andrebbe ad un museo per leggere lunghi pannelli esplicativi con informazioni che si possono tranquillamente trovare su internet o in libri poco costosi a casa propria?).

Il secondo approccio, memore del fatto che una visita a un museo è prima di tutto un’esperienza estetica, mantenne invece l’impianto tradizionale del museo di storia naturale, che gravita attorno all’esposizione di reperti naturalistici, esibendoli però secondo criteri accattivanti: animali ben preparati, esposti con luci, suoni e atmosfere suggestive. Forse l’esempio più riuscito in Europa di tale approccio (e uno dei primi) è la Grande galerie de l’évolution a Parigi, nella quale una gran quantità di animali è esposta, non più in modo uniforme, uno accanto all’altro nelle vetrine, ma secondo criteri estetici suggestivi (per es. la marcia dei grandi mammiferi della savana africana in mezzo alla sala, senza nemmeno una vetrina a separarli dal pubblico). Questo è l’approccio che ha poi fatto scuola in Europa.

I musei di storia naturale non finiscono però con le esposizioni. Tradizionalmente i musei, grazie a donazioni da parte di naturalisti e campagne di ricerca sul campo, accumulano gigantesche collezioni di reperti. Un importante archivio di dati utili per meglio comprendere la diversità e la distribuzione degli animali e delle piante attraverso lo spazio e il tempo. Informazioni che rappresentano la base di qualsiasi altro sviluppo scientifico che dallo studio degli animali e delle piante parta (es. ecologia, genetica, biochimica, ecc.). Le collezioni esposte rappresentano quindi solo una piccolissima percentuale delle collezioni conservate, che non sono esposte al pubblico ma sono a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo). I 59 principali musei di storia naturale e orti botanici d’Europa, per esempio, conservano oltre 1,5 miliardi di reperti (tra questi i più grandi sono Parigi e Londra che hanno circa 70 milioni di reperti ciascuno).

In Italia non abbiamo un museo nazionale (come invece in Francia, UK e altri paesi) ma tanti musei piccoli o medi, principalmente a gestione comunale e quindi con poche risorse finanziarie. I più importanti sono Genova (che conserva 4,5 milioni di reperti), Firenze (3,5 milioni), Milano e Verona.

Brescia, con una piccola collezione di reperti (circa 200.000) e solo 16.000 visitatori all’anno, è un piccolo museo, pur operando in una città ricca e popolosa e pur potendo comunque vantare una lunga storia (concepito nel 1875 in seno all’Ateneo, venne poi realizzato nel 1902). Dopo aver cambiato sede varie volte, dal 1977 si trova in un edificio costruito appositamente e collocato lontano dal centro storico, in via Ozanam. Dal 1977 l’esposizione è stata aperta a intermittenza. Dal 2002, a seguito del rifacimento della biblioteca, solo un piccola parte dell’esposizione (quella geologica) è visitabile. L’impianto dell’esposizione è tradizionale e andrebbe modernizzato. Mancano reperti spettacolari che possano attirare il grande pubblico. Il personale è ridotto all’osso (solo due conservatori e nessun direttore).

L’esistenza di città vicine a noi e più piccole di Brescia, come Bergamo e Trento, che sono riuscite a creare musei ben fatti e interessanti, che attirano molti visitatori (Bergamo ha oltre 60.000 visitatori all’anno ed è il museo della città più visitato, Trento ne conta 600.000 all’anno!), dimostra che essere una città di dimensioni medio-piccole non vuol dire dover avere un piccolo museo destinato a volare basso.

Il relatore ritiene che la posizione lontana dal centro, l’impianto espositivo troppo tradizionale, la mancanza di pezzi spettacolari e il poco personale siano alla base dell’attuale crisi del museo. Crisi che poi si traduce in poche idee e poco entusiasmo e le poche i dee e il poco entusiasmo si traducono in poco interesse da parte della cittadinanza e conseguentemente da parte dell’amministrazione comunale e di eventuali sponsors.

La scorsa primavera è stata costituita l’associazione Amici del Museo di Scienze Naturali di Brescia con lo scopo di supportare e promuovere il Museo.  Si spera quindi che l’Associazione sia in grado di stimolare il Comune e la cittadinanza affinché il museo riesca a uscire dalla crisi che ormai da anni lo opprime.

Il relatore ha chiuso la sua esposizione con alcuni suggerimenti: si dovrebbe seriamente considerare la prospettiva di spostare il museo nel centro storico, occorre un direttore, bisogna trovare qualche pezzo forte che possa attrarre il grande pubblico, sarebbe poi utile anche valorizzare alcune “storie” interessanti legate al museo o ai naturalisti che hanno operato a Brescia. Due esempi offerti sono stati Gian Battista Brocchi (1772-1826), geologo e paleontologo. Recenti studi hanno dimostrato come una sua opera abbia addirittura influenzato il pensiero di Darwin. L’erbario del museo di Brescia conserva una collezione di piante dell’Australia Occidentale, che venne acquistata da Francesco Rampinelli durante un viaggio fatto in Australia intorno al 1880. Chi gliela vendette fu il barone Ferdinand von Mueller, botanico tedesco che viveva in Australia e personaggio oggi molto popolare in Australia.  Mettendo insieme il viaggio di Rampinelli, la flora dell’Australia Occidentale (una delle più bizzarre al mondo) e von Mueller, potrebbe venir fuori una mostra o una vetrina interessante.

Numerose domande hanno poi animato una discussione finale, vertente anche sul senso dei musei di storia naturale e più in generale sul contributo che i musei di storia naturale possono dare per farci capire che cosa sia la natura.